“Digli di non aver paura”: la memoria dei figli come dono

Vi presento uno straordinario documento della dott.ssa Rosita Ambrosini, che potrà sicuramente fornire qualche spunto utile a tutti i genitori adottivi; si tratta della relazione presentata al Convegno organizzato da A.I.P.A. Nord lo scorso 30 settembre.

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Giornata di studio e riflessione sul tema:

Custodire la memoria dei figli come dono

(Ti ritrovo in me come un ricordo senza origine)

Chissà quante volte avrete sentito parlare e avrete parlato in famiglia delle difficoltà che hanno incontrato i vostri figli già dall’inizio della loro vita. Oggi abbiamo pensato di iniziare l’incontro proprio ascoltando le nostre tre relatrici Milly Gambirasio, Lilly Galli e Shanti Mignani che hanno accettato subito l’invito dell’AIPA, ci racconteranno la loro esperienza e ci porteranno lontano. Penso che dovremo ascoltare con la massima attenzione quanto ci racconteranno e per questo lasceremo tutto il tempo che riterrete necessario per continuare ad avvicinarvi sempre più al mondo dei vostri figli e a quelli che dovranno diventare vostri figli.

Lasciate emergere senza timori quanto i racconti potranno far emergere in voi, le preoccupazioni, le paure di fronte all’ignoto, le speranze e, speriamo, anche la gioia.

Vi porterò la mia esperienza accumulata in tanti anni di lavoro con questi bambini e ragazzi adottivi e con le loro famiglie e vorremmo poi fare con voi, in gruppo,una riflessione che ci porti a rispondere sempre più approfonditamente alle domande:

  • Quale profondo significato ha per i miei figli la loro origine e l’abbandono legato alla loro origine?

  • Cosa significa per me genitore avere un figlio che ha vissuto questa esperienza?

  • Cosa si aspettano loro da noi? Di cosa hanno bisogno?

  • Cosa ci aspettiamo noi da loro? Di cosa abbiamo bisogno come papà, come mamme e come coppie.

Inoltre vorremmo riuscire,sempre insieme a voi, a riflettere sull’adozione anche come cura del dolore provato da questi bambini focalizzandoci sulla comprensione dei bisogni loro e vostri. Tutto questo ripensando alle storie dei vostri figli che sono tutti diversi anche se hanno vissuto un’esperienza per molti aspetti simile. Sono sicura che se riusciremo ad affrontare questi temi parlando dei sentimenti che vi evocano faremo un buon lavoro.

Bene, cominciamo. Le cose sulle quali riflettere sono tantissime, ma molto interessanti.

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Come vi ho detto vi porterò quello che mi sembra di aver capito in tanti anni di lavoro nel campo dell’adozione.

Ho risposto subito con grande piacere all’invito di Gabriella perché, come abbiamo cominciato a vedere anche questa mattina, riflettere sul tema delle origini è fondamentale: significa proprio farsi carico della intera esperienza esistenziale di questi bambini.

L’amore che voi date loro è, naturalmente, essenziale. Ma loro hanno anche un altro profondo bisogno. Quello di essere accompagnati lungo un percorso di elaborazione che li aiuti a riallacciare i fili del pensiero, a rimettere insieme tutti i loro frammenti di vita al fine di raggiungere un’integrazione del proprio se’ (vedremo che sono legati al loro passato, al loro Paese di origine, anche se adottati piccolissimi, molto più di quanto noi potremmo immaginare).

L’impossibilità di rispecchiarsi, di identificarsi nei genitori di origine comporta una difficoltà. Voi genitori adottivi avete quindi non solo il compito di fornire loro le buone cure genitoriali, ma anche quello di fare in modo che si sentano integrati e si rispecchino nella vostra mente; di più, devono rispecchiarsi in voi e in due culture così diverse. E’ necessario e molto bello riuscire a creare una storia comune tra genitori e il bambino che deve diventare figlio. E questo è più agevole se non dimenticate la necessità di recuperare la storia dei vostri figli per non dimenticare nulla di loro e come fattore di stabilizzazione del loro sviluppo psicoaffettivo.

Sono bambini “feriti dentro” è anche il titolo di un bel libro che li presenta così: “Si tratta di bambini che provengono da contesti in cui hanno vissuto esperienze traumatiche multiple quali l’abbandono, maltrattamenti, abusi di ogni tipo, che nella loro crescita hanno fronteggiato una genitorialità fragile e inadeguata”. Si trovano inseriti in strutture che naturalmente non possono dare loro quelle attenzioni individualizzate necessarie a nutrire la mente e il corpo di qualsiasi essere umano.

La loro origine è caratterizzata dall’abbandono. I riflessi dell’abbandono hanno a che fare con un sentimento profondo che coinvolge anche l’immagine di sé: “Mi hanno abbandonato perché brutto?… ero cattivo? Non valevo niente?” Ripetono spesso quando sono piccoli. Sono bambini che, nella migliore delle ipotesi, hanno vissuto l’indifferenza da parte degli adulti che avrebbero dovuto prendersi cura e stare loro vicini in modo protettivo. Nessuno ha spiegato loro il mondo, come si vive nel mondo. Sono stati profondamente feriti nella fiducia e nell’amore, sentimenti di delusione molto duri da reggere anche per noi adulti. Proviamo a pensare come ci sentiremmo noi adulti se non fossimo mai guardati da nessuno, se nessuno ci desse mai un apprezzamento per come siamo o per qualcosa di buono che abbiamo fatto. Anche la nostra autostima vacillerebbe, ci sentiremmo invisibili.

E allora questi bambini, che certo non hanno le sicurezze che più o meno tutti abbiamo acquisito nel corso della vita, come fanno a dare a se stessi un valore se non hanno mai avuto riconoscimenti da nessuno? Rinforzare la loro autostima è un compito molto importante per voi genitori, siete le figure più adatte per poterlo fare.

Pensate cosa può succedere a un bambino, che è una creatura completamente dipendente dagli adulti che ha intorno, quando comprende che qualsiasi cosa faccia o dica viene maltrattato, trascurato, se non violentato. Non ha nessuno di veramente importante, solo per lui, al quale rivolgersi, non può chiedere a nessun adulto quegli infiniti “perché” che tutti conosciamo, non ha fiducia in nessuno, è diffidente perché non ha mai fatto l’esperienza di un adulto amorevole accanto a lui. Ha ragione a diffidare, non potrebbe sentire diversamente perché questa è la sua esperienza di vita. Hanno vissuto in uno stato continuo di solitudine affettiva. Come può fidarsi degli adulti se è da loro che deriva tutto il proprio malessere? Quindi è la relazione che hanno instaurato gli adulti con loro che sviluppa la loro diffidenza.

Il loro mondo interiore è in parte popolato dal caos. Cerchiamo di capire questo caos interiore che li rende tanto complicati: a volte appaiono più maturi di un quarantenne e un momento dopo sono bisognosi delle attenzioni tipiche dei bimbi piccoli. E’ difficile per loro integrare in modo armonico quelle parti di sé che costituiscono proprio le loro radici, le fondamenta della loro vita che loro non conoscono o, se conoscono, hanno provocato loro solo molto dolore. (Quelle parti che vengono integrate naturalmente nascendo in famiglia e facendo un percorso di vita, diciamo, affettivamente positivo).

Un libro molto interessante per comprendere proprio questo loro “caos”(che è illustrato in modo molto efficace da un quadro di Kandinski “ammasso regolato” che non a caso è la copertina del libro) è scritto da una psicoanalista che aveva una straordinaria e lunga esperienza nel campo adottivo e che dopo una malattia gravissima “encefalo mielite acuta disseminata” che le aveva assolutamente tolto la memoria, ha dovuto a sua volta adottare una parte di sé che sentiva estranea, portatrice delle “non memorie”e articolarla con l’attualità della propria esistenza. Come gestire “lo straniero” con cui entriamo in contatto, sia esso un estraneo o siano parti di noi di cui non abbiamo consapevolezza, e che a volte rifiutiamo quando ci vengono segnalate da altri. Essere stranieri a noi stessi, cioè avere una parte di noi non conosciuta, è fonte di sofferenza fino a quando non riusciamo a riarticolare e riaggregare almeno alcun nostri pezzi, e questo è il lavoro che questi nostri bambini e ragazzi dovrebbero fare, ed è loro richiesto in tutti i passaggi di vita, in tutti i cambiamenti esistenziali significativi. Naturalmente sono fonte di dolore, ma anche di crescita.

L’autrice osserva nel suo libro che col passare degli anni si resa conto che per occuparsi di adozione e comprendere i sentimenti di questi bambini è necessario andare molto in profondità nel nostro rapporto con loro, ma con tutte le parti di noi, e così diventiamo capaci di svelare anche a noi stessi mondi poco conosciuti, ricchi di immagini, colori, emozioni.

E’ necessario andare a cercare il “diverso da noi”, che è in ognuno di noi, la nostra parte nascosta, “l’ombra” come dice un’altra autrice, che si chiama Zanuso, parlando proprio di un mondo che non conosciamo perché nasce da un insieme di sensazioni/percezioni differenti da quelle che ci sono familiari”.

Vi porto alcuni esempi sia della letteratura, sia ascoltati nei colloqui che ho avuto che mi sembra illustrino bene la confusione che hanno in testa questi bambini e le loro angosce che possono emergere di colpo in vari momenti della loro vita:

“ Ma tu dov’eri quando mi han fatto questo?” diceva una bambina adottiva mostrando alla mamma delle cicatrici. In quel momento cercava di integrare la mamma adottiva nella sua vita passata.

“Ma tu eri la mamma che mi ha lasciato qui tanto tempo fa?… Ma perché mi hai lasciata e perché non sei più venuta? E perché vieni solo ora?”

Queste domande possono mettere i genitori in difficoltà perché non sanno cosa rispondere.

Lorenzo, è un ragazzo di sedici anni adottato quando aveva due mesi dal Messico. Per sedici anni, a detta dei genitori, procede tutto bene. Scoppiano i problemi quando al liceo spiegano le leggi dell’ereditarietà (piselli di Mendel). Il non sapere nulla delle sue origini lo porta a ingigantire anche i più semplici disturbi di salute: “… e se ci fosse qualche tara ereditaria di cui non potrò mai sapere? Potrò avere una ragazza? E se fossi ammalato senza saperlo?”

Come vedete per Lorenzo un’esperienza scolastica ha slatentizzato in età evolutiva un nodo non risolto. Sono momenti legati a dinamiche antiche da tenere molto presenti e a cui dare tutta l’attenzione dovuta, ma senza lasciarsi prendere dal panico.

Paloma, una giovane donna di 24 anni, nata in America Latina adottata a sette mesi, è mamma di un bimbo di pochi mesi avuto con un ragazzo che conosceva da sei anni e con il quale conviveva in apparenza felicemente. I genitori del ragazzo arrivano da un Paese Arabo per conoscere il nipote… apparentemente tutto bene, ma il papà del bambino torna improvvisamente in nel suo Paese d’origine con i suoi, senza farsi più vivo. Si suppone che avessero già trovato una moglie per lui, e non torna più né da più sue notizie. Questa giovane donna soffre un secondo abbandono che la manda in una depressione molto forte. Sembra senza speranza. Ritorna a nutrire una notevole sfiducia in tutte le persone che conosce. Non dice che è mamma, non si fida di nessuno. Quando le faccio notare durante i mesi di terapia che questo modo di pensare è distruttivo per lei un giorno si spiega così: “quando aspettavo mio figlio ero molto felice, mi sentivo amata e aspettavo il mio bimbo con gioia e gli ho trasmesso questa mia gioia, e lui sarà sempre felice (in effetti è un bimbo impastato di gioia di vivere). La mia mamma biologica doveva essere disperata quando mi aveva nella pancia e mi ha trasmesso tutta la sua tristezza, e io so che sarò sempre così”. Questo secondo abbandono l’aveva buttata nel famoso caos del quale parlavamo e aveva riattivato tutta l’angoscia legata al suo abbandono, alla sua origine. Era congelata lì.

Elia è un ragazzino di undici anni adottato quando aveva quindici giorni in un Paese che è da sempre in guerra. Ovviamente non ricorda nulla della sua origine e quando, a dieci anni, incontra la suora dell’istituto dove era rimasto quei pochi giorni prima dell’adozione le chiede notizie della sua mamma di origine. La suora risponde che lui è l’unico che si è salvato durante un bombardamento che ha distrutto la casa, e tutti i suoi parenti sono morti. Questo racconto naturalmente lo turba molto e sviluppa una paura diffusa verso l’ambiente che lo circonda. Non rimane mai più a casa da solo, è terrorizzato proprio quando passano gli aerei, se sente un’ambulanza si rifugia sotto il letto. Ha spostato il letto in modo da vedere la porta della stanza e dorme tutto coperto solo un occhio fuori per vedere se arriva un assassino… Poi inizia a fare un sogno ricorrente: Dice che è sotto le bombe, riesce a prendere una liana e a salvare la mamma e poi da solo scappa dalla finestra .Ogni razionale tentativo della madre adottiva, che gli fa presente che è stato adottato a quindici giorni e non può essere vero quello che ha sognato, cade nel vuoto. Lui ha bisogno di dire che la sua mamma di origine è viva e lui può vivere tranquillamente la sua vita in quella che è la sua famiglia a Milano.

Vi porto un esempio un po’ più leggero: una coppia racconta ad un loro amico che ha fatto domanda di adozione. Questo amico, che loro conoscono da sempre, è un giovane affermato in tutti i settori della vita esprime molta emozione quando gli danno questa notizia e dice: “ma io sono un bambino abbandonato”! Loro non lo sapevano, lui non lo aveva mai detto, ma in quel momento il ricordo della sua nascita “diversa” ritorna con molta forza.

Forse queste storie ci aiutano a capire come è complesso questo rapporto con le proprie origini.

Andiamo oltre, vediamo quando crescono e focalizziamo l’attenzione sugli adolescenti adottivi in generale. Parlando con loro ho avuto modo di osservare degli aspetti psicologici che ritornano in quasi tutti sia pure con sfumature diverse. Hanno la consapevolezza, a livello molto profondo, ma neanche tanto profondo perché lo dicono apertamente, che avrebbero potuto essere uccisi: “Avrei potuto essere ucciso… Potevo morire… mi sento di usurpare il mio posto al mondo…” Non deve essere semplice vivere con questi sentimenti legati all’inizio della propria vita.

Quattro anni fa circa dovevo incontrare per un fine settimana dei genitori adottivi di ragazzi nati in Bielorussia e allora ho chiesto di poter parlare separatamente con i ragazzi per capire cosa avrei potuto dire ai genitori per aiutarli eventualmente nel rapporto con i figli. Vi riporto brevemente quanto hanno detto. Questi ragazzi, ormai sui vent’anni comunicano con disappunto che, secondo loro, negli istituti non vengono adeguatamente informati sulle loro origini, e loro vorrebbero essere informati. Osservano che i genitori adottivi dovrebbero avere notizie sull’origine dei bambini che adottano, dovrebbero sapere dove sono nati, e perché sono stati abbandonati e chi erano i genitori. Il discorso sui genitori di origine è un tema importantissimo che richiede di essere affrontato con molta delicatezza e non può essere liquidato ricordando i crudi dati di realtà (es. padre alcoolista, madre prostituta, ecc. o frasi del tipo “ la tua mamma ti ha voluto bene e ti ha lasciato perché sapeva che saresti stato meglio” ecc.). Ho letto una frase su un libro che mi sembra sia una possibile pista da seguire: “dobbiamo aiutarli nella loro crescita a trovare la risposta all’angosciosa domanda sul perché, nella vita, a loro è andata in questo modo.” Se riusciamo ad approfondire con loro questo pensiero li aiutiamo proprio ad integrare la loro doppia identità e questa è la cosa più importante per loro.

Vi porto un ultimo esempio che mi sembra ci aiuti a capire proprio il loro bisogno di sapere e di comporre il loro puzzle. Uno di questi ragazzi, ventiduenne attualmente, prima di venire in Italia dove ormai vive, sapeva il nome del paese dove era nato e ha scritto alla Polizia per avere notizie. Gli hanno risposto dandogli l’indirizzo di una “zia”. L’ha conosciuta e quando le ha chiesto notizie sulla sua famiglia, lei ha risposto solo: “E’ una brutta storia… lascia perdere…” e non ha aggiunto nulla. Lui ha continuato la sua ricerca, stava per venire in Italia e non voleva “partire senza sapere”. Trova il fratello del nonno che gli dice che era bruciata la casa ed erano morti tutti, genitori e parenti… lui vuol vedere cosa è rimasto della sua casa, e il fratello del nonno lo accompagna sul posto. Trova solo il camino in pietra. Tutto il resto è bruciato. Questo ragazzo era stato messo in Istituto piccolissimo e riconosce che l’istituto era la sua famiglia, dove era stato anche bene, ma prima di lasciare il suo paese ha “voluto sapere”.

A questo punto partecipa alla nostra conversazione anche un altro adolescente che era fino ad ora rimasto silenzioso, ma molto attento. Riconosce, e tutti gli danno ragione, che non avevano, e ancora a volte non hanno, la minima idea di cosa significhi vivere in una famiglia, i vari ruoli che si giocano all’interno delle famiglie. Un ragazzo racconta di essersi molto stupito quando un capodanno è rimasto a dormire da un amico e non ha pensato ad avvisare i genitori adottivi che, naturalmente, hanno telefonato a polizia, carabinieri, ospedali ecc. lui osserva: “ma nessuno si è mai preoccupato di quello che facevo, non ho neanche pensato che potessero essere preoccupati, mi è molto dispiaciuto quando l’ho capito”.

Ripetono che non sanno proprio muoversi sia all’interno della famiglia sia nel contesto sociale. Questi aspetti li segnalano come grosse difficoltà: “non sappiamo le cose più semplici, non sappiamo le cose che i bambini nati in famiglia imparano già da piccolissimi, e questo per noi è motivo di sofferenza e di vergogna”.

Questa difficoltà è da tenere molto presente perché voi potreste chiedere loro di far cose che non sanno assolutamente fare, che non sanno neppure da dove cominciare a fare e loro hanno paura di esser considerati stupidi se spiegano queste cose.

Descrivono la vita in istituto come se avessero vissuto in un mondo “sospeso” dove le giornate si ripetevano sempre uguali. Una mamma riferisce che non aveva notato neppure un orologio in tutto l’istituto. I ragazzi osservano che si muovevano al suono delle varie campanelle. Prima campanella li svegliava, seconda per lavarsi, poi per la colazione, poi scuola e così via. E’ un’esperienza anonima, non possono relazionarsi con una campanella! Non avevano una voce che li svegliava, qualcuno che chiedeva come avevano dormito. Erano educati con riflessi condizionati di Pavlov.

Pensano tutti i giorni alla Bielorussia, alle loro maestre. Conservano una buona immagine delle loro maestre e anche dell’Istituto; “E’ grazie a loro che siamo venuti in Italia”. Esprimono proprio molta gratitudine per queste persone; “Non avremmo avuto vita fuori dall’Istituto”. Ho chiesto se pensavano di tornare in Bielorussia: “Si, certo, per vedere come stanno le maestre, e per far vedere come stiamo noi.” Ho domandato ancora se qualche volta pensano di tornare a vivere in Bielorussia. La loro risposta è stata la seguente: “No, perché in Italia abbiamo la nostra vita e i nostri affetti profondi.”

Erano molto seri e mi sembravano anche un po’ commossi mentre dicevano queste parole. Infine, al termine dell’incontro, ho chiesto loro se c’era qualcosa che volevano che dicessi ai genitori che avrei visto presto.

Li ho trovati veramente formidabili, mi hanno detto: “digli di non aver paura”.

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Tre libri interessanti:
“Feriti dentro” di Louise Michelle Bombèr. Ed Italiana a cura di Francesco Vadilonga – Franco Angeli ed.
“Adozione e oltre” di Claudia Artoni – Slesinger, Ed. Borla
Alessandra Zanuso: “La nostra parte nascosta: l’ombra” – Ed Baldini Castaldi Dalai.
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